Se non ci fosse la chiesa cattolica…

… trovo che mancherebbe una parte fondamentale del divertimento quotidiano. Ora, questo articolo non è certamente rivolto alle sfere ecclesiastiche (non credo che abbiano la cultura e l’intelligenza necessaria per comprenderlo), bensì a chi vuole leggere le reali dichiarazioni che sono state al centro del recente agone mediatico (poco sentito in Italia purtroppo).

Ad ogni buon conto, il 18 Marzo 2009, Benedetto XVI ha rilasciato un’intervista (attualmente sono riuscito a trovarla solo riportata su questo blog. In esso, è presente un riferimento all’educazione sessuale che possa essere volta alla prevenzione dell’AIDS. Cito la parte di interesse:

Domanda: Santità, tra i molti mali che travagliano l’Africa, vi è anche e in particolare quello della diffusione dell’Aids. La posizione della Chiesa cattolica sul modo di lottare contro di esso viene spesso considerata non realistica e non efficace. Lei affronterà questo tema, durante il viaggio? Très Saint Père, Vous serait-il possible de répondre en français à cette question?

(Viene riportata di seguito la risposta trascritta da Radio Vaticana):

Papa: Lei parla bene italiano … Dunque, io direi il contrario. Penso che la realtà più efficiente, più presente, più forte della lotta contro l’Aids sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà. Penso alla Comunità di Sant’Egidio che fa tanto – visibilmente e anche invisibilmente – per la lotta contro l’Aids, ai Camilliani, tante altre cose, a tutte le suore che sono a disposizione dei malati …

Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con soldi. Sono necessari, ma se non c’è l’anima che li sappia applicare, non aiutano, non si può superare con la distribuzione di preservativi: al contrario, aumentano il problema.

La soluzione può essere solo una duplice: la prima, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, una disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, per essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano con sé anche veri e visibili progressi.

Perciò, direi questa nostra duplice forza di rinnovare l’uomo interiormente, di dargli forza spirituale e umana per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e dell’altro, e questa capacità di soffrire con i sofferenti, di rimanere presente nelle situazioni di prova. Mi sembra la giusta risposta, e la Chiesa fa questo e così offre un contributo grandissimo ed importante. Ringraziamo tutti coloro che lo fanno.

Pertanto, se ho ben compreso il pensiero di Ratzinger, vi sono alcuni punti focali:

  • l’istituzione che più si sta occupando della lotta all’AIDS è la chiesa cattolica e non le migliaia di laboratori nel mondo che hanno ricercato, trovato e comprovato l’efficacia di nuovi farmaci antiretrovirali;
  • i soldi sono necessari ma solo se è presente un’anima che guidi il loro impiego, altrimenti non aiutano; in altre parole, NON DONATE SOLDI ALLA RICERCA CONTRO L’AIDS a meno che non sia guidata da un’entità superiore;
  • la distribuzione di preservativi aumenta il problema [della diffusione? della contrazione? il problema in generale?] dell’AIDS. Assumiamo, per ipotesi, di essere dei buoni cattolici: questo implica l’assenza di sesso prima del matrimonio (a quanto ho capito, ma potrei essermi sbagliato). Una volta sposati, invece, non è assolutamente possibile praticare sesso sicuro. Quindi, se io sposo una donna che è infetta da AIDS (l’autore non vuole qui esprimere un commento sessista; essendo di sesso maschile si identifica in una persona del suo stesso genere, ovviamente l’esempio è ambivalente mutatis mutandis) e poi, da bravo credente, non uso il preservativo non aggravo il problema dell’AIDS. Dal momento che il virus si trasmette anche per via sessuale, direi che questa conclusione è assurda in quanto potrei essere contagiato ad ogni rapporto sessuale. Ergo, sembra logico supporre che Ratzinger voglia che tutti i bravi cattolici del mondo siano totalmente liberi di contrarre il virus dell’HIV;
  • gli ultimi due paragrafi sembrano richiamare vagamente la castità come valore fondamentale della sessualità umana; ma quindi, visto che abbiamo mostrato come un buon cristiano possa comunque contribuire (purtroppo in negativo) all’aggravarsi del problema dell’AIDS nel caso segua i dettami del suo capo spirituale, e che quindi prima pratichi la castità prima del matrimonio e che poi pratichi una sessualità ed una genitalità confacenti ai principi della sua chiesa. Ciònonostante egli contrarrà ancora il virus dell’HIV.

Mi chiedo quindi quale sia il caso in cui il dettame di Ratzinger possa avere senso. L’unica risposta che sono riuscito a trovare è questa, ovvero che la situazione per la quale la castità e una sessualità confacente al vaticano siano praticate da persone che non abbiano contratto l’HIV. Ergo, che nessuna persona al mondo abbia l’AIDS (visto che se uno ci nasce o lo contrae in modo “lecito” non credo possa essere vituperato in alcun modo). La domanda che quindi sorge spontanea è questa: se la chiesta cattolica è la prima istituzione nella lotta all’AIDS e dal momento che il suo capo supremo è convinto che il modo migliore per affrontare tale problema sia che non esista più un malato di AIDS sulla faccia della terra, come assistono i malati di AIDS? Qual è il loro progetto per eliminare ogni possibile residuo di malattia? Emarginazione? O qualcosa di più, visti anche i trascorsi – nessuno nega obbligati anche se non ho mai sentito affermazioni in tal senso – giovanili dell’attuale capo supremo della chiesa cattolica e le sue attuali prese di posizione nell’accettare nuovamente nell’ovile cattolico un certo vescovo che passerà alla storia per certe sue esternazioni non proprio felici…

Addendum: c’è gente che persegue delle tecniche millantatorie di presunta fondatezza scientifica sul fatto che l’uso del preservativo possa aggravare il problema dell’AIDS facendo riferimento anche ad una ricerca dell’OMS. Ora, questo è il collegamento alle pagine del sito dell’OMS che parlano dell’HIV/AIDS e questa è la posizione ufficiale sul fenomeno.

Ma veniamo ora alla parte più divertente, overo la “Prolusione del cardinale presidente” [Bagnasco] del 23 Marzo 2009 (che potete trovare qui) che fa diretto riferimento alle ultime esternazioni del capo supremo della chiesa cattolica e alle polemiche da esso suscitate. Riporterò solo delle (ampie) parti del suo discorso.

2. In queste ore peraltro il Santo Padre sta portando a termine un’importante visita apostolica nel Camerun e in Angola. Nelle sue intenzioni essa aveva «per orizzonte» l’intero continente africano (cfr Benedetto XVI, Saluto all’arrivo a Luanda, 20 marzo 2009). Si è trattato di un viaggio impegnativo e ad un tempo ricco di speranza. Ciò che lì è avvenuto e il magistero che vi si è esplicato hanno avuto localmente una grande eco, come in noi hanno suscitato un profondo coinvolgimento e una viva commozione: per questo non mancheremo di ritornare sul significato di codesto pellegrinaggio, che fin dall’inizio è stato sovrastato nell’attenzione degli occidentali da una polemica – sui preservativi − che francamente non aveva ragione d’essere. Non a caso, sui media africani non si è riscontrato alcun autonomo interesse, se non fosse stato per l’insistenza pregiudiziale delle agenzie internazionali, e per le dichiarazioni di alcuni esponenti politici europei o di organismi sovranazionali, cioè di quella classe che per ruolo e responsabilità non dovrebbe essere superficiale nelle analisi né precipitosa nei giudizi. Si è avuta come la sensazione che si intendesse non lasciarsi disturbare dalle problematiche concrete che un simile viaggio avrebbe suscitato, specie in una fase di acutissima crisi economica che richiede ai rappresentanti delle istituzioni più influenti una mentalità aperta e una visione inclusiva. Non ci sfugge tuttavia che nella circostanza non ci si è limitati ad un libero dissenso, ma si è arrivati ad un ostracismo che esula dagli stessi canoni laici. L’irrisione e la volgarità tuttavia non potranno far mai parte del linguaggio civile, e fatalmente ricadono su chi li pratica. Infatti, la conferma più significativa circa la pertinenza delle parole del Papa sull’argomento è venuta da quanti – professionisti, politici e volontari – operano nel campo della salute e dell’istruzione. C’è da promuovere un’opera di educazione ad ampio raggio, che va inquadrata nella mentalità degli africani e si concretizza in particolare nella promozione effettiva della donna; soprattutto bisogna alimentare le esperienze di cura e di assistenza, finanziando la distribuzione di medicinali accessibili a tutti. Com’è noto la Chiesa, compresa quella italiana, è coinvolta con persone e mezzi in questa linea di sviluppo. Ma chiediamo anche ai governi di mantenere i propri impegni, al di là della demagogia e di logiche di controllo neo-colonialista. E mentre invitiamo i diversi interlocutori a non abbandonare mai il linguaggio di quel rispetto che è indice di civiltà, vorremmo anche dire – sommessamente ma con energia − che non accetteremo che il Papa, sui media o altrove, venga irriso o offeso. Per tutti egli rappresenta un’autorità morale che questo viaggio ha semmai fatto ancor più apprezzare. Per i cattolici è Pietro che, con le reti del pescatore e nel nome del Signore Gesù, continua a raggiungere i lidi del mondo. Noi, che con trepidazione e preghiera l’abbiamo accompagnato in questo pellegrinaggio, ci apprestiamo ora a salutare con affetto il suo felice ritorno.

Secondo Bagnasco, quindi, un simile commento del capo supremo della chiesa cattolica non avrebbe dovuto avere nessuna eco nella stampa internazionale occidentale. D’altra parte, come abbiamo visto, sono osservazioni di poco conto e per nulla preoccupanti da un punto di vista strettamente logico. Inoltre, sempre secondo Bagnasco, l’ostracismo mostrato esula dagli stessi canoni laici: quindi tale ostracismo che comprende l’irrisione e la volgarità sono prerogativa propria della chiesa e delle sue comunicazioni? Da quando  una persona che afferma qualcosa che contrasta con ogni evidenza scientifica non viene pubblicamente additata e derisa? Cosa succederebbe se io affermassi che la teoria dell’evoluzione non ha fondamento scientifico? Magari potrei anche scrivere un libro che potrei, giusto per esempio, titolarlo qualcosa come “Perché credo in qualcosa che ha creato il mondo” in cui affermo che la teoria dell’evoluzione non ha senso da un punto di vista scientifico. Cosa succederebbe nella comunità scientifica internazionale? Magari comparirebbe qualche trafiletto su alcuni giornali divulgativi scientifici (come, per esempio, Scientfic American) in cui un simile libro verrebbe deriso in 5 righe in quanto propugna posizioni indifendibili… Questo è un segno di mancanza di civiltà? Non credo proprio, dal momento che quando qualcuno si pone in modo così ridicolo è esso stesso causa della pubblica derisione, anche se per qualcuno egli è una supposta autorità morale. A proposito, per chi, come me, si considera a-morale, il capo supremo di una chiesa deve essere un’autorità morale? Cosa comporta poi essere un’autorità morale? Forse non addentrarsi in discorsi che esulano dalla propria competenza ma che sono prettamente scientifici e terreni? Capisco che certi cardinali che scrivono prolusioni magari sono troppo occupati per occuparsi di letteratura classica, tuttavia consiglierei, a tutti, una lettura edificante: il De Monarchia di Dante.

Ma seguitiamo con l’intervento di Bagnasco.

3. La dinamica contestativa di cui dicevamo, per le forme subdole che talora assume ma anche per gli appoggi clamorosi di cui gode, è una delle tracce che ci portano a identificare la cifra più marcata del nostro tempo qual è il secolarismo. È su questo che vorrei dire oggi una parola. Sembra a me infatti che vari segnali ci rendano vieppiù avvertiti che il trapasso culturale dentro al quale ci troviamo vada assumendo il carattere di un vero e proprio spartiacque. Chi, tempo addietro, paventava uno scontro di civiltà, facendolo magari derivare in parte da divaricanti matrici religiose, oggi si trova dinanzi agli occhi una situazione alquanto diversa, e non necessariamente più complessa da descrivere: si fronteggiano sostanzialmente due culture riferibili all’uso della ragione. Al centro di entrambe c’è – come sempre – una specifica risposta alla domanda sull’uomo. Da cui discendono due diverse, per molti aspetti antitetiche, visioni antropologiche. Su un versante c’è la cultura che considera l’uomo come una realtà che si differenzia dal resto della natura in forza di qualcosa di irriducibile rispetto alla materia. Qualcosa che è qualitativamente diverso e che costituisce la radice del suo valore e il fondamento della sua dignità. In altri termini, l’uomo − prima di metter mano a se stesso – si accoglie come dono che ha un’identità e una consistenza iscritte nella struttura del suo essere. Dono che non dipende da lui, che precede ogni sua autodeterminazione, e che ne fa quello che egli è: persona, appunto. È a partire da questo dato ontologico, e tenendolo fermo quale fatto oggettivo, che il soggetto cresce e si compie nello sviluppo della vita. In questa prospettiva, la natura umana, dentro lo scorrere della storia, è un perno fermo e insieme bussola per l’esercizio della libertà personale. Nel gioco stesso dell’uomo, la libertà trova così i riferimenti oggettivi per le scelte e i comportamenti coerenti alla sua autentica umanità. Nell’altro versante, invece, si esplica una cultura per la quale il soggetto umano è un mero prodotto dell’evoluzione del cosmo, ivi inclusa la sua autocoscienza. In quanto risultato di un processo evolutivo mai concluso, l’uomo sarebbe solamente un segmento di storia, sganciato cioè da qualunque fondamento ontologico permanente e comune a tutti gli uomini, privo quindi di riferimenti etici certi e universali. Essendo semplicemente uno sghiribizzo culturale fluttuante nella storia, l’individuo si trova sostanzialmente prigioniero di sé  ma anche solo con se stesso. E se è ovvio che non sia questa la sede per richiamare, neppure nelle sue coordinate generali, la questione dell’evoluzionismo, di cui s’è infatti parlato recentemente in sedi autorevoli (cfr la Conferenza internazionale svoltasi alla Pontificia Università Gregoriana su «Evoluzione biologica: fatti e teorie», Roma 3-7 marzo 2009), dobbiamo tuttavia segnalare come si annidi, proprio nella posizione che prima evocavamo, un’interpretazione esasperata e unilaterale del paradigma evoluzionistico.

Nel contempo, collegata alle due citate visioni antropologiche, e alla dialettica che le contrassegna, c’è una diversa concezione della libertà. Da una parte si ritiene – in base ad una riflessione millenaria e all’esperienza universale – che la libertà umana sia uno dei valori più grandi (per i cristiani essa è addirittura dono di Dio creatore), non però un valore assoluto né solitario. La libertà infatti deve fare i conti con altri valori − come la vita, la pace, la giustizia, la solidarietà… − che in qualche modo vengono prima e le danno come sostanza, anzi la rendono vera in quanto sono per il bene dell’uomo, e lo realizzano secondo quella linea di appartenenza che si identifica nella natura umana e con i vettori che dall’interno le danno sviluppo pieno. Il tipo di società che ne deriva è chiaramente aperto e solidale: in essa il farsi carico degli altri – specialmente dei più deboli, dei meno dotati ed efficienti – è congenito e vitale. Dall’altra parte, invece, si afferma una libertà individuale non solo come valore, ma come valore assolutamente primo, sciolto da qualsiasi altro vincolo che lo possa misurare, con il pretesto che la libertà non può negare se stessa, andando con ciò − se occorre − anche contro la persona. In questa prospettiva, la libertà sembra priva di relazione, è legge a se stessa, al di fuori di ogni contesto relazionale. L’individuo, paradossalmente, finisce schiacciato dalla propria libertà, e ritenendo di essere pieno e assoluto padrone di se stesso arriva a disporre di sé a prescindere da ciò che egli è fin dal principio del suo esistere. E concepisce ogni suo desiderio, magari confuso in qualche caso anche con l’istinto, quale diritto che la società dovrebbe riconoscere come elemento costitutivo di se stessa. In questa direzione, si scivola inevitabilmente verso un nichilismo di senso e di valori che induce alla disgregazione dell’uomo e ad una società individualista fino all’ingiustizia ed alla violenza. Anzi, verso un nichilismo gaio e trionfante, in quanto illuso di aver liberato la libertà, mentre semplicemente la inganna rispetto ad una necessaria e impegnativa educazione della stessa.

Nella prima parte di questo secondo capitoletto, l’autore sembra deridere e irridere un fatto scientifico come la teoria dell’evoluzione (sic); si vede che non è abbonato a Scientific American. Ad ogni buon conto, non riesco a capire cosa ci sia di sconvolgente nel considerare l’uomo come il risultato casuale di un processo naturale. Il fatto che noi esseri umani si abbia una coscienza di sé non ci autorizza a considerarci sovrannaturali. E, se al contrario, ci consideriamo naturali, allora dobbiamo rispettare le leggi naturali, una delle quali (probabbilmente la più significativa) è la legge dell’evoluzione naturale. Ora, fino a quando non mi verrà fornita una prova della mia natura sovrannaturale, continuerò a sentirmi un essere naturale, che quindi si comporta in ottemperanza alle leggi della natura. Pertanto, ogni possibile auto coscienza e ogni possibile “identià e [...] consistenza iscritte nella struttura del suo essere” sono frutto dell’evoluzione umana e non vedo come questo possa essere considerato un dono. Quanto, poi, considerare “la natura umana, dentro lo scorrere della storia, [...] [come] un punto fermo e insieme bussola per l’esercizio della libertà personale” trovo che sia assolutamente una frase priva di un qualunque significato. Considerando che senza l’uomo non vi può essere la storia (dato che non ci sarebbe alcun altro essere che detiene una capacità naturale e tecnologia per raccogliere informazioni e trasmetterle ai posteri. Pertanto, nonostante si suppone una natura divina, tuttavia ogni discorso “storico” o “immanente” cade immediatamente nel rapporto con l’essenza umana che è l’unico metro a noi conosciuto per comprendere e intepretare i fatti storici e le azioni delle generazioi che ci hanno preceduto.

La seconda parte di questo estratto dell’intervento tratta in mono estremamente opinabile la concezione della libertà nell’uomo. Ora, se la libertà viene vista come un valore né assoluto e neppure solitario, essa non può essere considerata un valore universale. O si afferma la totale libertà dell’uomo, quantomeno nella sua forma di essere animale naturale oppure la si nega. D’altra parte la nostra attuale Costutizione riconosce un simile diritto e principio (art. 2) ma lo nega nei casi in cui l’essere umano non sia più solo un animale naturale ma anche un animale sociale, in quanto il principio della libertà viene mantenuto intatto per la totalità della società. Ovvero, in sé la società è libera, ma ogni persona che vuole comporre la società non può. Per essere totalmente libera, una persona deve allontarsi dalla società (ed è libera di farlo in quanto la libertà come essere animale naturale è sempre considerata come inalienabile). In questo discorso, invece, la libertà non è un valore universale, ma è già limitata naturalmente da altri valori come la vita, la pace, la giustizia, la solidarietà… Ciò vuol dire che anche gli uomini delle caverne e anche gli uomini vissuti prima dell’anno zero riconoscevano tali valori, quindi avevano totale rispetto della vita (sic), aborrivano la guerra (sic), non praticavano mai la schiavitù (sic) ed erano equi tanto da non racchiudersi in oligarchie (sic). Se voi incontraste per strada qualcuno che nega la verità storica in questo modo, non lo deridereste? Ad ogni buon conto, il punto cruciale dell’analisi dell’autore lo si trova nell’affermazione: “L’individuo, paradossalmente, finisce schiacciato dalla propria libertà, e ritenendo di essere pieno e assoluto padrone di se stesso arriva a disporre di sé a prescindere da ciò che egli è fin dal principio del suo esistere.” Ora, se io sono un animale naturale, frutto dell’evoluzione che dispongo di una totale e infinita libertà, perché non dovrei disporre di me stesso. Quand’è che non posso disporre di me stesso? Quando io non ho totale libertà di me stesso. Quindi quando, da un punto di vista naturale, la mia essenza è condizionata da fattori non naturali. Tali fattori sono quelli evidenziati in precedenza, e che limitano la mia libertà in quanto la mia essenza è un dono (non si sa di chi e perché). Pertanto, la mia libertà è un dono che però è limitata da fattori (anch’essi doni?) che limitano quindi anche la mia essenza, che, tuttavia è un dono. Quindi sono un topolino costruito ad hoc e messo in una gabbia a cui hanno detto: sei libero di andare dove vuoi, ma non puoi andare a Nord, né a Sud, né a Est. Non è più semplice dire: puoi andare solo ad Ovest?

Per chi avesse qualche decina di minuti da spendere, consiglierei di continuare la lettura della prolusione; vi sono degi ulteriori passaggi interessanti. Ad esempio, parafrasando il testo, si afferma che non è possibile, per un essere animale, disporre della propria vita. Pertanto una donna incinta cui i medici affermano che se non interrompe la gravidanza potrebbe morire e che decide, invece, di proseguire ugualmente viola tale divieto di disporre della propria vita?

3 Responses to “Se non ci fosse la chiesa cattolica…”

  1. pensieriaccatastati Says:

    Non ho avuto tempo di commentarlo prima ma mi sembra doveroso, quando una cosa è condivisa, manifestare l’appoggio ad essa. Dalla tua analisi si nota come, se le persone riflettessero con un pò più di realismo sulla vita che li circonda, dato che per fortuna ognuno ha un cervello (anche se a volte mi vien da dubitarne), certo sarebbero in grado di arrivare alle stesse conclusioni a cui arrivi tu. Chissà per che, forse per ignoranza o forse semplicemente per pigrizia e disinteresse, molti non si fanno domande, si fermano alle “verità” fornitegli da anni e anni di educazione (cattolica e non), e quando arrivano all’età matura son già troppo stanchi per mettere in discussione ciò che gli è stato detto e si adagiano sul morbido tappeto delle convinzioni che qualcuno prima di loro si è preoccupato di stendergli davanti. Anche io come te penso che non ci sia nulla di male nè tanto meno nulla di strano nel “considerare l’uomo come il risultato casuale di un processo naturale”. Siamo formati con gli stessi atomi degli stessi elementi che si trovano in natura, in principio fummo scimmie che malamente si cominciavano ad ergere sulle zampe posteriori e grazie alla nostra intelligenza siamo arrivati fin qui, con tutte le conquiste positive e anche negative che si sono succedute nella storia. Siamo autocoscienti di noi stessi, per non so quali meccanismi intellettivi, e ciò lo dovremmo al dono di qualcuno? Perchè? Perchè non ridare all’uomo il merito di se stesso o quantomeno riconoscere nella natura o nell’evoluzione questa grandissima forza? La chiesa poi, che sopravvive tutt’oggi a causa di quelle stesse persone di cui parlavo nella prima parte del mio commento, viene a dirci cosa dobbiamo fare della nostra vita, della nostra sessualità e del nostro corpo? Se fosse veramente in contatto con un eventuale Dio chiederei immediatamente un incontro con il Papa, ma dato che non vi è dimostrazione di ciò, per me sono solo dei fanatici che si sono costruiti una loro ipotesi e, forti dell’eco che tale ipotesi ha tra la popolazione, la utilizzino per far passare come “giusto e buono” ciò che loro dicono. Ma come possiamo ancora venerarli così tanto? E come può qualcuno dire che le loro posizioni sulle questioni etiche vadano ascoltate come se fossero oro colato? La mia intelligenza non lo può accettare.

  2. Commentarvi è inutile e superfluo…la vostra arroganza va oltre ogni limite ragionevole…in due parole…fate pena

  3. Mi rivolgo a zak. Non posso parlare a nome di pensieriaccatastati, ma per quanto mi riguarda non ho posizioni preconcette. Pertanto gradirei che Lei fornisse delle motivazioni al Suo commento, di modo da poter instaurare, eventualmente, anche un dialogo costruttivo.
    Gradirei pertanto conoscere perché giudica il mio post arrogante… non solo, ma anche arrogante oltre ogni limite ragionevole (in fin dei conti non ho mica affermato che la terra è piatta o che i preservativi non possono aiutare a contenere l’epidemia dell’AIDS!!!).
    Attendo una Sua cortese precisazione e Le ricordo che esprimere il proprio pensiero in modo costruttivo non è mai né inutile e neppure superfluo: è parte integrante della nostra natura umana e della nostra cultura. Dal momento che innumerevoli persone sono morte per affermare la libertà di pensiero e di espressione, Le consiglierei di disporre di tale diritto.
    Cordialmente,

    g.

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